«In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!". Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!". Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano. Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco”». (Mt 3, 1-11)

La liturgia della scorsa domenica ci ha proposto la speranza, la virtù cristiana basata sulla certezza che Dio agisce e che il risultato è già garantito, non per la presunzione umana, ma per la Parola data da Dio. Anche nella seconda lettura di oggi Paolo ci invita a «mantenere ferma la speranza», a perseverare nella speranza, perché essa non delude. Quando tutto il nostro essere è teso nell’aspettativa, qualunque facoltà diventa più perspicace e più capace di intuire dove si può trovare la risposta. La capacità di aspettare è una manifestazione di amore, aspettiamo ciò che amiamo, ciò che è importante per noi. Quando aspettiamo l’essenziale, Dio ci offre sempre le condizioni per trovare ciò che cerchiamo, poiché l’obiettivo del desiderio di Dio è sempre stato la felicità dell’Uomo. Tuttavia, Egli non ci dà mai qualcosa che non sia il risultato di uno sforzo comune. Pur nella sua fragilità, l’uomo deve essere partecipe della sua realizzazione, se così non fosse, Dio non rispetterebbe la dignità della sua migliore creatura e questo non la farebbe mai felice.

È in quest’ottica che si pone la lettura di oggi: come una proposta a tutti coloro che sono ben disposti, proposta che, contemporaneamente, era risposta alle aspettative tanto forti nell’epoca. Israele non aveva più né profeti né leaders religiosi affidabili; la vera fede si era trasformata in religiosità fatta di semplici baratti. In quel contesto si presentava, a chi volesse ascoltarlo, la figura di Giovanni Battista.
Finalmente un segno. Il suo atteggiamento ricordava immediatamente gli inizi di Israele, popolo che nacque “nel deserto”, che scoprì la sua identità camminando “nel deserto”, che conobbe il suo Padre e Liberatore “nel deserto”. A partire da quello stesso luogo, quasi a dire “Ricordatevi del principio”, Giovanni, a coloro i quali fossero disposti ad accoglierlo, offriva l’annuncio dell’inizio di una nuova storia, che sarebbe incominciata esattamente da dove iniziò la prima. Dio stava offrendo una nuova identità, una nuova vita così come l’aveva offerta a quel pugno di semiti, che non avevano nemmeno la coscienza di essere popolo prima di percorrere il cammino del deserto.

Oggi, nuovamente, questo giorno di Avvento ci propone l’offerta di Dio di una rinnovata identità. Egli vuole fare di noi persone nuove e capaci di rinnovarsi continuamente, a cominciare dalle nostre origini, da quello che esiste radicalmente nel nostro essere. È come la potatura del rosaio nel periodo giusto, che avvicina il ramo sempre più al tronco, alla radice, affinché prorompa in lui il potere vitale, la sua forza di rendere bello il mondo. È ciò che Dio vuole fare di noi perché possiamo avere un mondo più umano.

Finalmente un segno. Giovanni, con i suoi tratti tipici del profeta (cf. 2 Re 1,8), ricordava a tutti che la parola di Dio è sempre viva e presente, anche quando non la percepiamo per lungo tempo. Ricordava che l’uomo, per incontrarsi, deve tornare all’essenziale, lì, prossimo alle sue radici, principalmente quando si rende conto di essersi perso dietro a molte cose che prendono possesso della sua vita. Giovanni veniva a dare una parola di chiarezza, una parola obiettiva che ancora oggi ci aiuta a vederci come realmente siamo. Ci aiuta a dare il primo passo per essere liberi, liberi per non avere timore dei cambiamenti, liberi per seguire il cammino del Signore, sempre nuovo e rinnovatore.

Se anticamente Jahvè aveva offerto il cammino del deserto per sviluppare la nuova identità di Israele, ora stava offrendo, con Giovanni, un nuovo cammino. Un cammino certamente prepara e dispone il cuore ai miracoli che Dio riserva a quelli che sono capaci di percepirli. Questo nuovo “cammino del Signore”, ancor oggi provocatore, incomincia con un semplice atto, che forse è il più difficile: riconoscere chi siamo. “Confessate i vostri peccati” diceva Giovanni, non con enfasi pessimista o depressiva (che non conduce a nulla), ma con parole di chiarezza e sincerità verso se stessi. Se la vita ci porta a dover assumere delle posizioni, immagini, perfino maschere, perché le condizioni lo impongono o perché a volte risulta più facile… Giovanni viene a dirci che questo gradualmente va creando una distanza sempre maggiore tra quello che siamo, la nostra radice, e quello che pensiamo di essere o di “dover” essere per essere accettati. E se non fossimo preparati? E se non avessimo acquisito la capacità di ritornare alla fonte del nostro cuore, dei suoi veri desideri, di quello che è realmente consono a ciò che siamo?

Senza dubbio non esiste libertà né allegria – che di questa è manifestazione – quando viviamo un ruolo, una immagine. “Confessate”, non abbiate timore di dire a voi stessi che ci fu un errore di obiettivo (la parola “peccato”, nel linguaggio militare dell’epoca, indicava “distanza”, “sbaglio nel colpire il bersaglio”). Il primo passo verso la libertà, verso la nuova identità passa attraverso questo “cammino del Signore”, differente dal “cammino” della logica comune. È interessante percepire che, quando apriamo il nostro mondo all’altro, quando rinunciamo alle difese, si stabilisce con l’altra persona un nuovo tipo di relazione; viene alla luce una nuova dinamica, non più quella della competitività, ma della solidarietà. “Abbiate il coraggio di confessare i vostri peccati”… per incominciare ad amare voi stessi e ad accettarvi tra voi, già che, in fondo, sono più le cose che uniscono le persone di quelle che le dividono, a cominciare dagli obiettivi e decisioni errate.

Colui che impara ad amare se stesso anche nei suoi lati più oscuri, è anche più capace di accogliere, è più libero dinanzi a tutto quanto si presenta. È questo che significa “conversione”, porsi nell’atteggiamento di chi è disposto ad abbandonare la propria immagine e arricchirsi grazie a nuove situazioni, grazie a persone sconosciute che Dio gli vuole offrire; conversione è la logica del cambiamento.

Molti, anche tra i meno pietosi di Israele, avevano inteso la sfida di Giovanni; il gesto del “battesimo” che chiedevano a Giovanni era il simbolo del loro desiderio di cambiamento, trasformazione di vita. Bellissimo, ma ancora insufficiente per Giovanni. Il battesimo “nell’acqua” indicava il movimento che parte dall’uomo, il quale, modificando se stesso, si poneva nel cammino della purificazione per avvicinarsi a Dio. Bellissimo, ma insufficiente. Giovanni era portatore di una novità: la purificazione non è più necessaria come strumento per avvicinarsi a Dio quando Dio inverte questa logica andando Lui stesso incontro all’uomo. Il “Regno di Dio è vicino”, prossimo a ciascuno che si è disposto alla logica della trasformazione. Il vero battesimo non è quello dell’acqua, parte da presupposti differenti: è perché Dio è prossimo a me che io desidero pormi nella logica della trasformazione, già che Dio è sorpresa costante, proposta di superamento dei limiti verso l’infinito, che in fondo è proprio quello che ognuno di noi desidera.

È un nuovo cammino, “il cammino del Signore” che parte dall’umile e liberatrice accettazione di noi stessi e ha il suo sbocco nella possibilità di "respirare” la presenza di Dio, che poco a poco trasforma, vivificando, estraendo da noi stessi il meglio che Dio ha fatto. Giovanni indicava il cammino, ponendosi lui stesso in questo cammino come tutti, nella speranza, attendendo Colui che avrebbe offerto il vero “battesimo”, la trasformazione più radicale che avviene quando abbiamo la sensibilità di intuire, respirare la presenza di Dio. È questo il “battesimo di Spirito” che Gesù offre: una lenta, progressiva e penetrante azione che unifica il Creatore alla creatura amata.

La conversione alla quale ci invita la liturgia di oggi è un appello che Dio ci fa per essere liberi; persone che, accettando se stesse, accettano il mondo, gli altri e preparano il terreno propizio affinché Gesù sia presente nella nostra vita come principio e pegno di felicità.

 

Condividi